Stanisława Leszczyńska era un’ostetrica polacca di Łódź, madre di famiglia, arrestata e mandata ad Auschwitz-Birkenau insieme alla figlia. Nel campo assistette circa tremila donne che partorivano tra infezioni, puzze, parassiti e topi che mangiavano il corpo delle più malate o esauste. Per procurarsi l’acqua necessaria a lavare madri e neonati, camminava per venti minuti con un secchio. Delle circa tremila nascite a cui assistette non morì nessuna donna né alcun bambino, sebbene poi ne sopravvissero solo una trentina, perché diverse centinaia furono portati a Nakło e privati della nazionalità; oltre 1.500 furono annegati da infermiere tedesche; più di 1.000 morirono di fame e freddo. Nei momenti in cui la violenza scuoteva la sua speranza, cantava. Quando i tedeschi iniziarono a smantellare il campo, Stanisława decise di rimanere per non lasciare sole le donne che avevano appena partorito. Era fragile e forte allo stesso tempo – testimonia la figlia –, e con parole semplici riusciva a stabilire un rapporto con le persone (una donna raccontò che Stanisława l’aveva aiutata a partorire per due notti e due giorni, pettinandole le trecce e aiutandola).
Per Stanisława la persona non era un concetto astratto, ma un valore concreto, vivo e reale, sulla base del quale costruire un sapere professionale razionale e una visione del mondo.Per approfondire:
1. Film diretto da Maria Stachurska, nipote di Stanisława Leszczyńska: L'ostetrica, 2020.
2. RaiStoria: L'ostetrica di Auschwitz. La donna che si oppose a Mengele
3. Un cuore pensante. Perché l'affettività è la metà perduta della nostra ragione, cap. 4