Erik Weihenmayer | L'esperienza universale d'essere uomini
Erik Weihenmayer a tre anni si ammalò di retinoschisi e dopo dieci anni perse definitivamente la vista. Prima superò la rabbia per la condanna senz’appello della malattia. Poi affrontò la paura paralizzante d’arrampicare, «spingendola fino alle periferie», allo stremo, e proprio lì, in quelle periferie, scoprì l'amore per la montagna: «Io non scalo le montagne per dimostrare a qualcuno che i ciechi possono fare una cosa piuttosto che un’altra. Scalo le montagne per la stessa ragione, per la quale un artista dipinge un quadro: perché mi procura una grande gioia». Erik ha scalato le “7 cime” cioè le vette più alte d'ogni continente, conquistando nel 1995 il McKinley e nel 2001 l’Everest, primo uomo ad arrivare in vetta senza l'ausilio della vista. Oggi scende in kayak singolo le rapide del fiume Colorado nel Gran Canyon. Cosa cerca? Cosa vede, non con gli occhi, ma con la propria esperienza? Cosa capisce attraverso il proprio corpo, che alla sola testa rimane incomprensibile? «L'esperienza universale d'essere uomini».
Per approfondire:
1. Meet Erik Weihenmayer: The Blind Adventurer Who Conquered Mount Everest And Grand Canyon, 2017
2. Erik Weihenmayer, Paul Gordon Stoltz et al., The Adversity Advantage: Turning Everyday Struggles into Everyday Greatness, 2010
3. Erik Weihenmayer, In vetta a occhi chiusi. Autobiografia di un alpinista cieco, 2007
4. Un cuore pensante. Perché l'affettività è la metà perduta della nostra ragione, cap. 4